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ARIA CONDIZIONATA: ALLEATA O NEMICA?

Nel periodo estivo l’aria condizionata è sicuramente uno dei più grandi alleati che abbiamo contro il caldo e l’umidità. Dai primi caldi infatti non c’è locale commerciale che non offra un po di refrigerio grazie a questa fantastica tecnologia.aria-condizionata-500x330
Il problema sorge quando non vengono rispettate le buone norme di utilizzo dell’aria condizionata e quest’ultima, potrebbe diventare da alleata a nostro peggior nemico!
Purtroppo entriamo e usciamo tutto il giorno da ambienti climatizzati (macchina, casa, centri commerciali e negozi.) e l’alternanza con l’alta temperatura e l’umidità esterna creano degli shock non indifferenti al nostro organismo.

Andiamo a vedere quali sono i 5 disturbi più comuni causati dall’aria condizionata

  1. Mal di schiena e torcicollo
    Colpi d’aria o temperature troppo basse impostate sul condizionatore causano contratture muscolari soprattutto nelle parti del collo e della schiena. Il suggerimento è quello di coprire queste zone quando si entra in ambienti freddi o si rimane tutta la giornata in stanze rinfrescate dall’aria condizionata.
  2. Mal di testa e di orecchie
    Dormire tutta notte con il condizionatore acceso o rimanere di giorno in ambienti troppo freddi può causare cefalee, dolori alle tempie e mal di orecchio che se non curato può trasformarsi in otite. In questi casi è spesso sufficiente un antinfiammatorio ma nel caso non passi in un paio di giorni è meglio chiedere aiuto a un professionista.
  3. Mal di gola
    Uno dei primi disturbi ad insorgere quando si usa scorrettamente l’aria condizionata è proprio il mal di gola: rimanere troppe ore vicino a fonti di raffreddamento causa disidratazione e secchezza di laringe e faringe con conseguenti bruciore, dolori, raucedine e nei casi più gravi tracheiti e bronchiti.
    Per evitare questi problemi, oltre a mantenere una temperature idonea, può essere utile indossare una sciarpa di seta per proteggere la gola.
  4. Congiuntiviti e problemi agli occhi
    I nostri occhi sono molto delicati e aria troppo fredda o assenza totale di umidità possono causare congiuntiviti e secchezza. In questi casi sono molto utili le lacrime artificiali, i colliri e impostare correttamente il tasso di umidità, che non deve essere inferiore al 65%.
  5. Mal di pancia 
    Entrare in un ambiente dove l’aria condizionata è programmata in maniera errata e fa molto freddo, magari svestiti, o bagnati perché si arriva dal mare o dalla piscina causa spesso blocchi di digestione, mal di pancia e coliche addominali. La prima regola è indossare qualcosa quando si entra in questi luoghi o coprire almeno la pancia con un asciugamano o una sciarpa.
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Graston Technique®

La Graston Technique® è una tecnica di mobilizzazione dei tessuti molli assistita da strumenti, basata sull’evidenza scientifica, che permette ai clinici di affrontare efficacemente il tessuto cicatriziale e le restrizioni fasciali con conseguente miglioramento dei pazienti.

La tecnica Graston Technique® utilizza strumenti in acciaio inox appositamente progettati, in concomitanza con l’esercizio terapeutico appropriato, per identificare in modo specifico e di conseguenza trattare efficacemente aree che presentano fibrosi dei tessuti molli o infiammazione cronica. Gli strumenti vengono inoltre impiegati in fase di diagnosi per seguire la catena cinetica, per localizzare e trattare la causa del sintomo, così come la specifica area dolorosa.

La Graston Technique® è un trattamento interdisciplinare utilizzata da medici e terapisti a livello mondiale. Viene utilizzata in strutture ambulatoriali e da più di 366 organizzazioni sportive amatoriali e professionali ed è parte integrante del curriculum di più di 42 college e università prestigiose.

Questa tecnica offre numerosi benefici sia per il professionista che per il paziente:

– Fornisce un miglior trattamento diagnostico
– Rileva maggiori e minori cambiamenti fibrotici
– Aumenta la soddisfazione del paziente raggiungendo risultati migliori
– Diminuisce il tempo complessivo di trattamento
– Favorisce una riabilitazione/recupero più veloce
– Riduce il bisogno di farmaci antiinfiammatori
– Risolve condizioni croniche che si pensavano permanenti

6 strumenti in acciaio inox sono alla base della Graston Technique®

strumenti

Il bordo curvilineo degli strumenti brevettati della Graston Technique® si combina con le loro forme concave/convesse per meglio adattarli ai vari distretti corporei. Questo design consente facilità di trattamento, minimo stress manuale per il terapista e massima penetrazione tissutale.
È una terapia assolutamente non dolorosa e che si integra benissimo con il resto delle tecniche utilizzate in terapia manuale.

In che ambito si usa la Graston Technique® ?

La Graston Technique® viene utilizzata maggiormente per trattare i muscoli e le strutture fasciali che li avvolgono. In seguito a traumi, infortuni o dolori, il muscolo può diventare rigido e le fasce possono perdere la loro capacità di scorrimento. Questi problemi possono essere fonte di dolore che potrebbero portare a restrizioni di movimento causando difficoltà nelle attività. Con la Graston Technique® si può riportare la muscolatura alla sua elasticità naturale, lavorare su contratture e trigger point. Si può ridare capacità di scorrimento alla fascia permettendo così di allentare le tensioni.

Anatomicamente la fascia è composta da una serie di membrane di tessuto connettivo che proteggono un organo o un complesso di organi e hanno funzione di nutrimento. Tra i vari, avvolge e sostiene anche i muscoli e per fare sì che questi possano essere forti e flessibili è necessario che gli strati della fascia possano scorrere tra di loro. Infatti, una delle sue funzioni fondamentali è la trasmissione di forze: il 30-40% della forza generata da un muscolo viene trasmessa dal tessuto connettivo che lo avvolge.

Il metodo Graston Technique® nasce con l’obiettivo di mobilizzare il tessuto fasciale, rilasciare le sue restrizioni e aumentare i processi riparativi di una determinata zona tissutale. Gli effetti sono: una riduzione del sintomo (in caso di dolore), una maggiore espressione sia di forza sia di flessibilità e, dunque, un ridotto rischio di infortuni.

Come si svolge una seduta

gt-1È fondamentale il riscaldamento dei tessuti prima di iniziare attraverso un lavoro aerobico per qualche minuto oppure attraverso l’utilizzo di terapia fisica. Poi si fa una valutazione facendo scorrere con una leggera pressione lo strumento sul tessuto per vedere dove è presente una consistenza anomala e dove impone maggiore resistenza allo scorrimento. In quel caso vuol dire che c’è una restrizione fasciale e si deve trattare la zona alternando varie tecniche e direzioni di applicazione. In seguito è necessario fare 2-3 minuti di stretching dei segmenti trattati, poi per ogni gruppo muscolare, esercizi di rinforzo con tante ripetizioni a basso carico per qualche minuto.

È indicata in:

  • tutte le tendinopatie sia acute sia croniche: epicondiliti, infiammazioni dell’achilleo, del rotuleo, del sovraspinoso (tendine della cuffia dei rotatori della spalla), etc.;
  •  sindromi fasciali: fascite plantare, sindrome della bendelletta ileotibiale, dito a scatto, etc.;
  • stiramenti legamentosi: distorsioni di caviglia, dei collaterali di ginocchio, crociati, etc.;
  • cicatrici/aderenze: dopo un intervento, ematoma o strappo muscolare;
  • sindromi da intrappolamento: tunnel carpale, tarsale, stretto toracico, etc.
  • sofferenza medio-tibiale
  • stiramenti lombari (mal di schiena)
  • sindrome rotulea (dolore al ginocchio)
  • fibromialgia

 

Gli strumenti della Graston Technique®, similmente a un diapason, risuonano nelle mani del clinico permettendogli di isolare aderenze e restrizioni e trattarle con precisione.

http://www.grastontechnique.it/

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capsulite adesiva spalla rigida

LA SPALLA RIGIDA o CAPSULITE ADESIVA

Che cos’è la SPALLA RIGIDA  o anche detta CAPSULITE ADESIVA?

Il termine spalla rigida indica una patologia invalidante a carico della spalla caratterizzata da dolore e rigidità, non conseguente ad immobilizzazione dell’arto e in presenza di superfici articolari e stabilmente allineate . Il termine più corretto sarebbe capsulite adesiva, in quanto si tratta di una patologia a carico della capsula articolare, cioè di quella componente  tissutale che unisce le 2 componenti ossee dell’articolazione della spalla: la testa dell’omero e la cavità in cui alloggia chiamata glenoide. In seguito ad un processo infiammatorio la capsula articolare si restringe causando una limitazione del movimento. Tale limitazione è condizionata dall’alterazione dei tessuti molli: perdita di elasticità tissutale, retrazioni intra-articolari della capsula, dei legamenti e delle unità muscolo-tendinee, aderenze lungo le superfici di scorrimento come la cuffia dei rotatori e il tendine del bicipite. Altri termini comunemente usati per definire questa patologia sono “spalla congelata” e il suo corrispettivo inglese “frozen shoulder”.

 

Come si caratterizza una Capsulite Adesiva?

La capsulite adesiva o spalla rigida si caratterizza da una evidente riduzione e limitazione del range in tutti i piani di movimento con conseguente dolore e invalidità.

La capsulite può essere distinta in due principali categorie: possiamo avere una forma primaria chiamata Capsulite adesiva idiopatica, o una forma secondaria detta Spalla rigida post-traumatica, che si presenta in seguito a traumi o interventi chirurgici.  In base all’esame anamnestico e clinico la Capsulite idiopatica primaria si può suddividere in più stadi d’evoluzione.

I fase: fase dolorosa (durata 2-9 mesi). Si caratterizza con la comparsa di un dolore continuo diffuso a tutta la spalla in assenza di limitazione passiva del movimento che peggiora di notte e spesso disturba il sonno. In questa fase la mobilità passiva è ancora completa ed è solo il dolore a limitare il movimento; non si è ancora strutturatà la rigidità caspulare.

II fase: fase di rigidità progressiva (3-12 mesi). In questa fase al dolore si affianca l’insorgenza di una progressiva perdita del movimento passivo e si evidenzia una perdita del volume capsulare con sinovite e formazione di aderenze cicatriziali.

III fase: fase di congelamento (9-14 mesi). In questa fase si riduce notevolmente il dolore a riposo, il paziente avverte un arco di movimento confortevole senza dolore superato il quale arriva l’insorgenza del dolore, causato dal progressivo stiramento della capsula articolare. La contrattura capsulare è ormai strutturata.

IV fase: fase di scongelamento. Questa fase è caratterizzata da un lento e progressivo recupero della mobilità articolare.

Al Contrario la Spalla rigida secondaria si differenzia dall’idiopatica per il riconoscimento della causa scatenante e per la diversa evoluzione, che non rispetta le tappe della capsulite idiopatica. Essa è conseguente a ad un trauma, tendinite calcifica, intervento chirurgico, immobilizzazione dell’arto ecc..

 

Quali sono i fattori di rischio e come di effettua la diagnosi in caso di Capsulite adesiva?

Premettendo che ogni persona anche in assenza di fattori di rischio possa sviluppare una capsulite adesiva, spesso vengono associati come fattori di rischio alcuni elementi come l’appartenenza al genere femminile, età compresa tra i 35-55 anni, la presenza di patologie preesistenti come diabete o cardiopatia e l’assunzione di alcuni farmaci.

La diagnosi in caso di capsulite adesiva si basa sull’esame clinico e anamnestico, sulla diagnosi differenziale di altre patologie che interessano la spalla come tendiniti della cuffia dei rotatori o del capo lungo del bicipite, artrosi, tendinite calcifica e traumi; e in particolare sull’esame Radiologico e sull’esame di Risonanza Magnetica in cui si evidenzia la presenza di superfici articolari regolari e stabilmente allineate e l’assenza di positività a altre patologie sopra elencate. Nel paziente con capsulite adesiva qualsiasi movimento brusco, anche di piccola ampiezza  (chiudere lo sportello dell’auto, afferrare istantaneamente un oggetto che cade), può riprodurre i sintomi caratteristici.

 

Qual’è il trattamento più corretto per la Capsulite Adesiva o Spalla rigida?

La procedure migliore per il recupero dell’elasticità di un tessuto è rappresentata dal suo allungamento. Gli stessi pazienti riferiscono di non aver alcun sollievo dall’assunzione di farmaci antidolorifici o di infiltrazioni di cortisone non ottenendo nessun risultato poiché il dolore è provocato dalla perdita dell’elasticità e non da uno stato infiammatorio.

Esercizi di allungamento autogestiti eseguiti in acqua o a secco sono molto utili, ma è di fondamentale importanza la mobilizzazione passiva effettuata dal fisioterapista poiché l’allungamento per essere efficace deve raggiungere una certa soglia rappresentata dall’insorgenza del dolore irradiato.

La soglia del dolore e la motivazione del paziente sono le qualità determinanti per stabilire il corretto approccio riabilitativo. le persone fortemente motivate sono i candidati ideali per il raggiungimento dell’obiettivo finale, costituito cioè dal completo recupero del movimento dell’arto.

Se riconosci il tuo problema in uno o più sintomi sopraelencati, prenota un appuntamento con noi e tramite una valutazione GRATUITA con il nostro fisioterapista, sapremo indicarti sicuramente il trattamento a te più idoneo.

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Salve, come possiamo aiutarla?